Autore: Edoardo Sant'EliaCuratore:
Titolo: Pulcinella condannato alla sedia elettrica
Sottotitolo:
Descrizione: Volume in formato 8° (cm 21 x 14); 58 pagine + 7 n.n., riproducenti l'anastatica di 7 pagine del manoscritto della commedia; segni di ossidazione alla copertina (vedi immagine), lievi sulle pagine.
Luogo, Editore, data: Napoli, Pagano, febbraio 1994
Collana:
ISBN:
Stato: Usato
Condizioni: Ottime
Note: Raro
Prezzo: Euro 15,00
Disponibilità: 1 esemplare
Una farsa reinventata, dalla scena alla pagina. Un racconto teatrale ‘critico’ che dura lo spazio di una rappresentazione.
Potrà sembrare una bizzarria, dal punto di vista letterario: lo è meno da quello teatrale. Nella storia del teatro copioni, trame, personaggi, sono continuamente recuperati e riadattati, secondo le esigenze dell’autore e dell’epoca.
Pensiamo, ricordando solo alcuni degli esempi più celebri, a Molière, che riscrive l’Avaro di Plauto, o ad un personaggio come Don Giovanni, nato in Spagna, sviluppato in Francia, ripreso in Germania, palleggiato tra prosa ed opera.
Questo procedimento creativo io l’ho applicato in un rapporto non di teatro/teatro ma di teatro/letteratura. Sono partito da “Pulcinella condannato alla sedia elettrica”, copione manoscritto rappresentato sui palcoscenici della Little Italy americana presumibilmente agli inizi del ‘900, ed ho tirato fuori un mio Pulcinella, maschera carnosa ma anche elusiva, in bilico tra l’antico e il moderno, tra le sirene cristallizzanti del mito partenopeo e il crudo, disincantato realismo del Nuovo Mondo.
L’ho raccontato, il copione, dall’interno e dall’esterno. Sono entrato nel testo osservandolo con occhio registico, inventando moventi, gesti, atmosfere, per uscirne subito dopo giudicandolo con taglio critico. Ne ho conservato lo scheletro, con la partizione in atti e scene, titolandole come fossero capitoli, ma da queste scene ho pescato, dilatando o riducendo, solo ciò che mi interessava. Ho fantasticato liberamente attorno alle battute, ma quando me ne sono servito nel corso della narrazione le ho trascritte con scrupolosa esattezza, rispettando – e interpretando – i puntini sospensivi come le rivelatrici sgrammaticature.
Il racconto, l’ho detto, dura lo spazio di una rappresentazione. È il tempo ideale, la cornice giusta entro cui tracciare il profilo d’una maschera. Ipotizzare Pulcinella fuori dal palcoscenico sarebbe un esercizio fatuo, retorico. La sua verità, la sua poesia, esistono soltanto lì, filtrate dal muro trasparente, dalla funzionale ipocrisia della ‘quarta parete’.

