libro ABBAZIA DI MONTEVERGINE dalle origini alla ricostruzione barocca. A cura di Francesco Aceto, Paola VitoloAutore:
Curatore: Francesco Aceto, Paola Vitolo
Titolo: Abbazia di Montevergine dalle origini alla ricostruzione barocca
Sottotitolo: Architettura, topografia sacra, arti figurative
Descrizione: In brossura con alette, cm 24 x 28; pagine 414; ampio apparato fotografico b/n e colore.
Luogo, Editore, data: Napoli-Roma, Editori Paparo, 2025
Collana:
ISBN: 9791281389038
Condizioni: nuovo
Prezzo: Euro 90,00
Disponibilità: In commercio

 


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Il volume si propone di ricostruire a tutto tondo l'immagine materiale dell'abbazia di Montevergine, dalle origini nel 1124 fino al crollo del 1629, cui seguì una radicale ricostruzione della chiesa, tuttora in piedi, anche se ripetutamente aggiornata nella veste decorativa. Lungo quest'arco temporale sul sito si sono succeduti ben tre edifici di culto. Il primo, assai modesto e affiancato da fabbriche monastiche raccogliticce, nasce intorno al 1124 come insediamento eremitico per iniziativa di san Guglielmo da Vercelli. La straordinaria forza di attrazione del santuario e la pervasiva azione pastorale dei monaci, dopo la partenza del fondatore nel 1128, innescarono una progressiva evoluzione dell'insediamento verso forme organizzative cenobitiche. La svolta definitiva, di grande portata per le vicende storico-artistiche, si consumò tra il 1161 e il 1172, allorché il pontefice Alessandro III con una bolla dichiarò decaduta la 'norma anachoretica', sancendo l'affiliazione dell'abbazia alla grande famiglia benedettina. Ad un gruppo di affiatati e versatili storici dell'arte, affiancati da esperti di disegno, è stato affidato il compito di mettere a fuoco, contestualizzandoli dal punto di vista materiale e liturgico, gli apparati figurativi più direttamente coinvolti nella fruizione dello spazio (coro dei monaci, pergami, pale dipinte e scolpite, altari, tombe monumentali). Alla parte narrativa, ricchissima di novità su vari fronti, che costituisce l'asse portante del volume, si affiancheranno per la prima volta accurati rilievi di restituzione della chiesa gotica in pianta, in alzato e in 3D.

Nelle secolari peregrinazioni del corpo di san Gennaro da un sito all’altro della Campania, fino al suo trionfale e definitivo approdo nel sontuoso Succorpo della Cattedrale di Napoli, allestito tra il 1497 e il 1505 dal cardinale Oliviero Carafa, la tappa di Montevergine è avvolta tuttora da una fitta coltre di mistero, malgrado lo strenuo impegno esegetico profuso sull’argomento da generazioni di ferratissimi eruditi, storici, agiografi, liturgisti, al punto che non è mancato in tempi recenti chi ha insinuato dubbi sull’autenticità dei sacri resti del santo e sull’intera operazione bollata come una “mistificazione storica”.
Una tradizione letteraria, appoggiata a fonti agiografiche tardive ma affidabili, vuole che il giovane vescovo di Benevento, accorso a Pozzuoli per dar conforto spirituale ad alcuni cristiani di Miseno condannati a morte al tempo della persecuzione dell’imperatore Diocleziano, sarebbe andato incontro allo stesso atroce destino. Decollato il 19 settembre del 305 nella Solfatara, il corpo venne pietosamente seppellito nel luogo detto ‘Marciano’, il sito ove sorge tuttora il santuario a lui intitolato. Qui le sue spoglie mortali rimasero per un secolo, finché il vescovo di Napoli Giovanni I (403-432), devoto del martire, non provvide a traslarle nel cimitero suburbano della città ricavato nelle viscere della collina di Capodimonte, che dal santo prese poi il nome di Catacombe di San Gennaro. La forza di attrazione esercitata dalle spoglie del martire produsse rapidamente un incremento in loco delle sepolture di vescovi e di personaggi eminenti della comunità cittadina, con la conseguente monumentalizzazione dell’area cimiteriale, frequentata ininterrottamente fino al Quattrocento e in qualche momento della sua storia asservita dal clero partenopeo anche a funzioni liturgiche altamente qualificate, come dimostra la presenza di un battistero.

Varie e affidabili fonti letterarie ricordano che nell’831, in occasione di una delle periodiche azionidi guerra tra Longobardi e Napoletani, il principe di Benevento Sicone I penetrò con le sue truppe nelle catacombe e asportò il corpo di Gennaro, che venne trasportato con tripudio di folla nella città sannita e deposte in un oratorio annesso alla Cattedrale con quelle dei compagni di martirio, il diacono Festo e il lettore Desiderio, da tempo traslati da Pozzuoli a Benevento. Scamparono alla razzia il capo e l’ampolla contenente il sangue del Santo, reliquie forse ricoverate da tempo nella basilica dedicata al santo, costruita accanto alle catacombe.
Falcone, un celebre cronista beneventano testimone dei fatti, ci informa che nel 1129 i corpi di Gennaro, Festo e Desiderio furono prelevati da un altare, dove riposavano da lunghissimo tempo, per essere deposti in una “basilica” nuova a loro dedicata nell’area della Cattedrale. Nel 1480, nello smantellare l’altare maggiore della chiesa abbaziale di Montevergine, sotto una lastra di marmo saltarono fuori, in maniera del tutto inattesa, le reliquie del patrono di Napoli con quelle di altri santi venerati a Benevento.
Del clamoroso ritrovamento, avvenuto al tempo in cui era reggente della Congregazione diMontevergine il cardinale Giovanni d’Aragona, figlio di re Ferrante I, esiste un verbale autentico custodito tra le carte dell’abbazia del Monte Partenio. Quanto alle modalità, tutt’altro che pacifiche, della loro traslazione a Napoli nel 1497 possiamo contare su un coevo e celebre poemetto agiografico-encomiastico in ottave composto dal frate minore Bernardino Siciliano, che è la storia del martire Gennaro e delle vicissitudini delle sue reliquie e, insieme, la celebrazione dello stupendo sacello ‘bramantesco’ patrocinato in Duomo dal cardinale Carafa per accogliere gli ambitissimi resti del santo, già appetiti, ma senza esito, da Ferrante I per farne dono alla capitale, centro del suo culto.
Da allora gli studiosi si sono interrogati, senza venirne a capo, per appurare a quali circostanze e a chi imputare la traslazione da Benevento a Montevergine delle reliquie di Gennaro. La tesi prevalente è che essa andasse messa nel conto delle vicende belliche che in quei secoli videro contrapposta l’antica capitale del Principato longobardo – un’enclave politica pontificia incuneata nel Regno meridionale – prima ai sovrani normanni e poi agli imperatori svevi. In altre parole, il trasferimento delle reliquie a Montevergine sarebbe dipeso dalla volontà dei Beneventani di salvaguardarne l’esistenza, celandole in un sito remoto e inespugnabile. Dal canto loro, con l’intento di nobilitare la storia dell’abbazia, gli scrittori verginiani hanno invece attribuito proprio a qualcuno di quei sovrani il merito del dono per l’affetto da essi nutrito nei confronti della veneratissima Vergine del Monte Partenio.

La puntigliosa ricostruzione delle oscure vicende architettoniche e allestitive della chiesa abbaziale di Montevergine precedenti al suo rinnovamento barocco, condensate in un corposo volume collettaneo fresco di stampa (L’abbazia di Montevergine dalle origini alla ricostruzione barocca, a cura di Franceso Aceto e Paola Vitolo, Paparo Editore, Napoli 2023), ha permesso invece di delineare una nuova pista e un preciso contesto storico-devozionale, coinvolgenti una coppia di personaggi altrettanto eminenti: la devota regina Maria d’Ungheria, consorte di Carlo II d’Angiò, a sua volta donatore del celeberrimo reliquiario argenteo del capo di san Gennaro custodito nel Tesoro della Cattedrale partenopea, commissionato nel 1304 a quattro orafi francesi; accanto a lei, l’arcivescovo di Napoli Giacomo da Viterbo, frate agostiniano stanziato dal 1298 nel convento di Sant’Agostino alla Zecca a Napoli, eminente teologo nello Studio partenopeo, nominato nel settembre del 1302 arcivescovo di Benevento e due mesi dopo, su perorazione del sovrano angioino, catapultato da papa Bonifacio VIII sulla cattedra archiepiscopale di Napoli vacante da un anno. La circostanza specifica che mobilitò all’unisono, sebbene con modalità pratiche distinte, la pia coppia regale e l’arcivescovo nei confronti di san Gennaro, assurto ormai al rango di principale patrono di Napoli, fu naturalmente la solenne ricorrenza del millenario del suo martirio (1305), accompagnata sia nella capitale del Regno che sul Partenio dalla contemporanea erezione di due moderne chiese ispirate agli avveniristici principi strutturali del gotico transalpino.

 


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