libro IL CUNTO DE LI CUNTI DI CUNTI di Giambattista Basile nella riscrittura di Roberto De SimoneAutore: Giambattista Basile
Curatore: Roberto De Simone
Titolo: Il cunto de li Cunti
Sottotitolo:
Note di Candida de Judicibus
Illustrazioni di Gennaro Vallifuoco
2 volumi in cofanetto rigido illustrato
Descrizione: Volumi rilegati in tela con fregio inoro sul dorso, in formato 8° (cm 22 x 14); XXXIII + 949 pagine complessive; 40 tavole di illustrazioni fuori testo; lievissime macchiline su cofanetto e dorso delle sovracoperte
Luogo, Editore, data: Torino, Einaudi, 2002
Collana: I Millenni
ISBN: 9788806142148
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Disponibilità: NO
Che il Cunto de li Cunti tragga la sua materia dalle fiabe popolari napoletane è ben noto; eppure Giambattista Basile su questo impianto favolistico elaborò una complessa quanto affascinante opera letteraria, connotata da un raffinato e composito linguaggio. Nel Cunto il Basile seppe fondere l’autentico dialetto napoletano e le costruzioni sintattiche del Decamerone; seppe coniugare espressioni gergali, proverbi, invettive plebee, con parodistiche metafore nel sontuoso stile barocco dei suoi tempi; seppe bilanciare in un geniale equilibrio altezze poetiche e basse scurrilità, linguaggio sublime e lazzi osceni, ciarlatanismo ed erudizione, erotismo e sentimenti, magia rinascimentale e mitologia popolare, con un orecchio rivolto al Boccaccio, agli umanisti, al Rabelais, al Marino, e l’altro ai quartieri di Forcella, di Porta Capuana, di Piazza Mercato.

Rilevante nell’alchimia linguistica del Cunto è anche la componente teatrale, espressa con un sapiente dosaggio di ritmi nella narrazione, e soprattutto nei dialoghi, ma che si realizza appieno nei monologhi dei personaggi, il cui linguaggio sembra derivare dai repertori della Commedia dell’Arte. E a tale proposito, le inevitabili associazioni tra alcuni momenti narrativi del Cunto e alcuni modi e forme del teatro shakespeariano fanno ipotizzare una circolazione orale di repertori carnevaleschi, di formulari comici e drammatici, se ad essi attinsero largamente sia il Basile che Shakespeare.

Roberto De Simone, nel rispetto dell’antico testo, ha semplificato la scrittura originaria, operando un’attenta eliminazione di complesse consonanti, sostituendo vocaboli oggi incomprensibili anche ai napoletani, cercando però di non alterare mai il ritmo basiliano e la sua musicalità sillabica, giungendo così a comporre un dialetto del tutto inventato, come specularmente risulta inventato quello originale del Basile. Infine, ha condotto la traduzione in italiano mantenendo sì la turgida costruzione del periodare barocco, ma, talvolta, per facilitare la scorrevolezza della lettura e agevolare la fruizione immediata dell’opera, ha provveduto a modificare la punteggiatura, riducendo l’eccessiva lunghezza dei periodi.

Per quel che riguarda lo stile della scrittura, lungi dal tentare filologici compiacimenti letterari di falso antiquariato, De Simone ha impiegato l’italiano di oggi, pur riferendosi alla ricca teatralità dei modelli shakespeariani, o alla musicalità degli elenchi rabelaisiani. Del resto, è proprio il senso della teatralità del Basile, della sua ironia, delle sue allitterazioni, che De Simone ha cercato di trasporre nella sua riscrittura del testo.

Le note, più relative al linguaggio e alla tradizione popolare che alle connotazioni storico-letterarie, sono di Candida De Iudicibus. Le illustrazioni, composte da cornici ricche di rimandi mitologici che custodiscono rare immagini napoletane di fine Ottocento, sono di Gennaro Vallifuoco.
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