STORIA DEL TEATRO SAN CARLINO 1738-1884. Contributo alla storia della scena dialettale napoletana - Salvatore di Giacomo

storia_del_teatro_san_carlino salvatore di giacomoAutore: Salvatore di Giacomo
Titolo: Storia del Teatro San Carlino 1738-1884
Sottotitolo: Contributo alla storia della scena dialettale napoletana
Prefazione di Gino Doria
Edizione tratta dall'edizione del 1891
Descrizione: 395 pagine in 8° stampate su bella carta vergata oltre a 21 belle tavole fuori testo. Copertina con sopracoperta protetta da sottile carta d' aglio. Volume parzialmente intonso.
Luogo, Editore, data: Napoli, Berisio, 1967
Disponibilità: No

 
Dalla Prefazione di Gino Doria
… Un fatto clamoroso e doloroso che strinse il cuore di Napoli come per un grave lutto familiare e nazionale, fu la demolizione, iniziata nel maggio del 1884, del vecchio teatro San Carlino, che per più di un secolo aveva rallegrato i cittadini, dal re all'infimo vastaso, e aveva dato alla città uno dei suoi titoli di gloria. Perchè a Napoli, come si sa, tutto diventa «glorioso» in un'accezione molto larga e molto bonaria della parola.

Chi dalla iniziata opera del fratricida piccone si sentì, più ancora che addolorato, menomato di un bene ereditario fu proprio il nostro Di Giacomo, che non soltanto era un giornalista coscienzioso e un cercatore di « brani di vita », ma aveva anche un grande trasporto per il teatro: autore già, col Cognetti, del dramma Mala vita, e senza contare lo spumeggiante libretto de La fiera per la musica di Nicola d'Arienzo. Così egli andò raccogliendo e pubblicando, prima nel Pungolo poi nel Corriere, una serie di impressioni, rieuocazioni storiche e piccole interviste con i superstiti del naufragio. Così il ritratto de la «ultima caratterista », Marianna Cbeccberini, quello della famosa donna Peppa, che era Giuseppina Errico, moglie di Salvatore Petito; e, quanto ai Petito, la commovente morte di Antonio in palcoscenico; e la vivace descrizione delle baracche e dei ciarlatani in piazza del Castello; e la movimentata biografia di Mariannina Monti, che sarà poi il centro del pittoresco intermezzo su le canterine; e il ritratto, puntualmente ricostruito, di Francesco Cerlone, definito l'Hans Sachs della letteratura napoletana.

Tanti spunti felici, tante immagini colte sul vivo, tanti precisi dati di fatto non potevano rimanere sepolti nelle labili colonne della stampa quotidiana, e Di Giacomo concepì il grande pensiero di ordinarli e completarli in un libro che rimanesse come una testimonianza storica e affettiva del demolito teatrino: del quale egli stesso più tardi curò la ricostruzione del palcoscenico, ora nel museo di San Martino, qual era la sera dell'ultima rappresentazione. E il libro è quello che segue e che ora si leggerà, con nuovo o con rinnovato piacere. Concepito alla maniera, allora di moda, dei fratelli Goncourt, nella vivace ricostruzione di ambienti e di tipi, veniva quasi ad essere il contrapposto alla contemporanea Storia dei teatri di Napoli di Benedetto Croce, pletorica (in quella prima stesura) di documenti e di citazioni. Di Croce, che pur era di lui più giovane, Di Giacomo aveva rispetto e ammirazione, così come aveva venerazione somma per i Capasso ed i De Blasiis, i grandi padri della storia grafia napoletana, che pontificavano nella Società napoletana di storia patria, e che poi, nella loro immensa benignità, trascesero dalle gravi trattazioni nell' Archivio storico alla più piacevole e comunicativa Napoli nobilissima, alla cui fortuna parteciparono, insieme con tanti altri, i giovani come il Croce, assiduamente, e il Di Giacomo, saltuariamente.

Ammirazione e venerazione le quali, però, non tolsero a Di Giacomo di sentire e di scrivere la storia a suo modo; sarà così nelle successive esperienze del catalogo della mostra del 1910 e del carteggio di Ferdinando IV con la Floridia. Il fatto storico, talvolta adattato con scarso rispetto per la cronologia, era soltanto il terreno propizio al nascere e al formarsi di immagini liriche e di spunti narrativi. E fu fortuna ch' egli non volesse, o non potesse avvicinarsi a una più severa euristica e ad una più profonda riflessione (il suo concetto del Settecento, per esempio, è strettamente personale nella sua unilateralità), le quali avrebbero espunto quelle diversioni nel campo della fantasia che rendono la sua opera storiografica, se non perfettamente ortodossa, così vitale e così affascinante.

GINO DORIA

Napoli, 2 dicembre 1966

 


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