MISSA DEFUNCTORUM. Requiem per Soli, Coro e Orchestra. Partitura - Giovanni Paisiello

missa defunctorum giovanni paisiello partituraAutore: Giovanni Paisiello
Titolo: Missa Defunctorum.
Requiem per Soli, Coro e Orchestra (1789/1799) [Partitura]
Curatore: Tarcisio Balbo
Testi introduttivi in Italiano e Inglese
Descrizione: Edizione in brossura con copertina rigida telata, in formato 4° (cm 31,5, x 23,5); 292 pagine
Luogo, editore, data: Bologna, Ut Orpheus, 2012
Collana: Napoli e l'Europa. La Scuola Napoletana dal XVII al XIX secolo. A cura di Riccardo Muti. Volume 7
ISMN: 979-0-2153-2023-9 9790215320239
Prezzo: Euro 159,00
Disponibilità: In commercio

 Dalla prefazione: Chi si accinge a scorrere il manoscritto autografo della Missa defunctorum di Giovanni Paisiello s’imbatte, ad apertura di volume, in una manciata di frasi che sembrerebbero rendere superfluo qualsiasi tentativo volto a contestualizzare la composizione del maestro tarantino:

Sinfonia funebre per la morte del pontefice Pio VI, la quale esprime varie passioni. Musica di Giovanni Paisiello.
Da eseguirsi nel funerale che dal capitolo dell’Arcivescovato di Napoli si fa sollennizzare in occasione
della morte del detto pontefice nella chiesa della Trinità Maggiore in Napoli li 7 novembre 1799. Dopo siegue
la Messa.

Più che per un funerale vero e proprio, in realtà, la Sinfonia funebre e la Messa di Paisiello servivano da apparato sonoro per una semplice messa di suffragio, seppure celebrata con gran pompa: Papa Pio VI, al secolo Giannangelo Braschi, fiero avversario della rivoluzione francese, era morto un paio di mesi prima in Francia, prigioniero di Napoleone nella fortezza di Valence. Col solennizzare le sue esequie, la curia napoletana non solo rendeva il proprio doveroso omaggio al pontefice da poco defunto, ma sfruttava l’occasione per attribuire al rito anche un esplicito significato politico: l’effimera Repubblica napoletana (23 gennaio - 8 luglio 1799) era rapidamente sorta e caduta nel corso dei mesi precedenti; Ferdinando IV di Borbone, fuggito da Napoli il 21 dicembre 1798, era rientrato da poco nella capitale e aveva già iniziato la repressione che avrebbe condotto al patibolo, all’ergastolo o all’esilio centinaia di patrioti. Si trattava, insomma, di un’occasione ghiotta per celebrare il ritorno dell’ordine costituito, e per onorare la memoria di un pontefice che si poteva ben equiparare a un novello martire della cristianità.

Alle sorti della Repubblica napoletana non era estraneo lo stesso Paisiello, già «maestro della real camera» dal 1787, ma che non aveva seguito re Ferdinando nella sua fuga per mare alla volta di Palermo, ed era per giunta stato nominato «direttore della musica nazionale» della neonata repubblica (lo stesso compositore affermò in seguito di non aver mai richiesto né accettato la nomina). È noto come col rientro a Napoli del Borbone Paisiello venisse destituito da tutti gli incarichi a corte, e come solo nel 1801 il compositore venisse ufficialmente perdonato e reintegrato nella propria carica: non è quindi improbabile che con la Missa defunctorum per Pio VI Paisiello volesse rientrare nelle grazie di Ferdinando IV, e che il rito funebre in suffragio del papa defunto costituisse una buona occasione per riabilitarsi agli occhi del re con una nuova e solenne composizione sacra destinata a onorare chi era perito per aver avversato gli ideali della Rivoluzione francese.

 


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