DOVE OSARONO I BRIGANTI. Le vicende di Colaiuda, Viola, Zeppetella e di altri ribelli in Abruzzo e nel Lazio - Pasquale Di Prospero

dove osarono i briganti pasquale di prosperoAutore: Pasquale Di Prospero
Titolo: Dove osarono i Briganti.

Sottotitolo: Le vicende di Colaiuda, Viola, Zeppetella e di altri ribelli in Abruzzo e nel Lazio.

Prefazione di Lorenzo Del Boca.
Descrizione: In 8°; pp. 271; alcune tavole a colori.

Luogo, editore, data: Napoli, Controcorrente, 2004
Prezzo: Euro 16,00
Disponibilità: In commercio

.... In realtà, esso (Il Brigantaggio postunitario) fu vera e propria guerra sociale di classe «differita», un'esplosione di dissenso politico e militare che, oltre l'ovvia e spesso solo oggettiva, esposizione alla «copertura» politica del legittimismo borbonico, espresse in vari gradi la rabbia del proletariato agricolo meridionale contro il segno di classe dell'unificazione, presto disvelatosi dopo gli entusiasmi dello sbarco siciliano (e dopo Bronte, dove Bixio massacrò per conto dei ceti proprietari «malvaggi» e «affricani»).

Ne è consapevole lo studioso abruzzese Pasquale Di Prospero che in questo volume denuncia un «approccio delle autorità del tempo davvero inadeguato a governare una legittima insorgenza nei confronti di un cambiamento di regime politico, accompagnato da una colpevole sottovalutazione del disagio dei contadini, i quali avevano assistito a grandi imbrogli e usurpazioni da parte dei 'galantuomini', dei liberali che si erano voracemente sostituiti agli ultimi baroni».

Esplosa nell'ottobre del 1860, la guerriglia contadina veniva alimentata dagli sbandati del vecchio esercito borbonico, da «contadini reazionari compromessi, renitenti alla leva e addirittura disertori dell'esercito regio», non senza un cospicuo contributo femminile.

E se si vedeva subito implementata dalla corona napoletana, alla ricerca di una rivincita promossa dall'Internazionale lealista-legittimista, rivelava in realtà uno spontaneismo atavico e cruento, espressione deformata di un'antica insofferenza di classe agli abusi delle classi possidenti, alla quale si sommarono le novità introdotte dalla nuova compagine statuale, come la coscrizione obbligatoria.

Dava così parecchio filo da torcere al nuovo esercito italiano, ben al di là della proclamazione delle Corti marziali, della feroce legge Pica dell'agosto 1863 e si estendendeva, nelle sue ultime propaggini, fino alla fine degli anni '70, mobilitando ingenti forze «antiguerriglia».

Della «vampata brigantesca» lo stesso Parlamento Regio registrava nel 1863 come «cause predisponenti», oltre il diffuso e significativo «collateralismo» del milieu contadino, la «complicità fisiologica» e il consenso delle popolazioni rurali. Ma non mancavano le elaborazioni ispirate a un repertorio «darwiniano» funzionalizzato all'eternizzazione delle gerarchie sociali, che sanzionavano una proclività d'«indole al brigantaggio».

Stremata dalla repressione e priva sostanzialmente di «progetto», l'insorgenza brigantesca scemava fino a esaurirsi. Non a caso, nota Di Prospero, finito il brigantaggio, cominciava l'emigrazione transoceanica.

brano tratto da un articolo di Enrico Maria Massucci pubblicato su Il Manifesto.it

 


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