UN PARADISO ABITATO DA DIAVOLI - Benedetto Croce

Un_Paradiso_Croce_pAutore: Benedetto Croce
Titolo: Un paradiso abitato da diavoli.
A cura di Giuseppe Galasso.
Descrizione: Volume in formato 16° (cm 17,5 x 10,5); 315 pagine.
Luogo, Editore, data: Milano, Adelphi, febbraio 2006
Prezzo: Euro 15,00
ISBN: 88-459-2036-4
Disponibilita': In commercio

Che Napoli sia un paradiso abitato da diavoli - cioè da uomini «di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimento», come sosteneva il Piovano Arlotto - è un detto che dal Medioevo in poi ha goduto di vasta fortuna ma che è ormai» per comprensibili ragioni, caduto in disuso. E solo un uomo come Croce, in cui la profonda passione per Napoli e le sue memorie non è mai disgiunta da quella politica e civile, poteva arrischiarsi a riesumare e riproporre quell'antico biasimo - un biasimo che è bene considerare «verissimo per far che sia sempre men vero».
Come un cicerone dalla sorprendente dottrina, affabile ma mai conciliante, Croce ci fa scoprire il volto segreto o scancellato della sua citta': le vestigia della dominazione spagnola e le vite smodate, ora truci ora fastose, dei soldati che vi furono di stanza; gli scomparsi «seggi» e l'epopea dei lazzari, fanaticamente devoti a san Gennaro e al re; il vocio assordante dei venditori e l'incanto della vita negli anni di «feconda preparazione e semplice gaiezza» allorché a Santa Lucia, su lunghi banchi di legno protetti da lembi di vela, si mangiavano i frutti di mare e furoreggiava «Te voglio bene assaje, /e tu non pienze a me!...»; sorprendenti personaggi come don Dima Ciappa, «religiosissimo uomo» che fece uccidere il giovane Carlo Capecelatro, suo rivale in amore; e gemme come il palazzo Cellamare a Chiaia, dove si sedimentano secoli di storia, di vita artistica e letteraria.


«Perché il "lazzarismo" non era una semplice condizione economica, ma un atteggiamento psicologico e una condizione morale che conferivano un carattere spiccato alla plebe napoletana, notato da tutti i visitatori forestieri, i quali, lungo il settecento, non si stancarono di discorrerne e commentarlo nelle loro descrizioni di viaggio. I "lazzari" avevano ridotto al minimo i loro bisogni di abitazione, di vesti e di vitto: dormivano tré quarti dell'anno all'aria aperta, sui gradini delle chiese e dei palazzi signorili, sulle piazze, sulla spiaggia del mare e, d'inverno, si ricoveravano in certe cave; vestivano un calzone di tela nelle tré stagioni miti e l'inverno si gettavano sulle spalle un mantello di grosso panno; per il capo, usavano un berretto rosso; si nutrivano di erbaggi e frutta e di maccheroni che compravano per istrada e mangiavano con le mani. Vivevano giorno per giorno, senza darsi la pena di raggranellare piu' di quanto servisse per la giornata; spensierati e gai, di una gaiezza tra comica e umoristica»

 


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