SANMARTINO - Elio Catello

sanmartino_elio_catello_civitaAutore: Elio Catello
Titolo: Sanmartino
Descrizione: Volume rilegato, con sovraccoperta, in 4° (cm 29 x 24); 197 pagine; 221 illustrazioni a colori ed in b/n
Luogo, Editore, data: Napoli, Sergio Civita, dicembre 1988
ISBN: 8885850200
Prezzo: Euro 70,00
Disponibilita': Limitata

Raffaello Causa fu tra coloro che meglio compresero l'eccezionale rilevanza di due fenomeni peculiari dell'arte napoletana del XVIII secolo: la statuaria in argento e il presepe. Rese palese questo suo convincimento nel 1919 quando in occasione della Mostra sulla Civiltà del Settecento a Napoli volle concedere un ampio spazio agli argenti, promuovendo I'allestimento di una sala rimasta famosa: ed era la prima volta che veniva presentata una esposizione di antichi argenti napoletani. » noto altresì il suo interessamento al presepe verso il quale nutrì un curioso rapporto di odio-amore, ma sempre estremamente vitale.
Ebbene presepe ed argenti sono figli naturali della scultura e per la scultura napoletana del Settecento, con sottile ironia, Causa nel '66 aveva scritto che si trattava di un capitolo della storia dell'arte "ancora più sconosciuto della pittura rupestre, degli avori afro-portoghesi e dei bronzi di Benin".
In effetti le ricerche erano allora in uno stadio primordiale, malgrado che fin dal '59 Marina Causa Picone avesse offerto un notevole contributo con la sua "Cappella Sansevero" (che, se pur necessita di qualche aggiornamento, resta tuttora il miglior libro su questo straordinario monumento napoletano) e Raffaele Mormone nel '61 si fosse già interessato all'opera scultoria di Domenico Antonio Vaccaro e, proprio nel '66, Gennaro Borrelli avesse pubblicato "Sammartino scultore per il presepe napoletano", volume che non senza incertezze affronterà uno dei problemi più scottanti della plastica settecentesca a Napoli, del quale appena oggi si comincia a intravedere qualche possibile soluzione. E saranno ancora Borrelli e Mormone, e poi Fittipaldi, fra il '70 e il 74 a dare un concreto avvio agli studi specialistici sulla scultura napoletana del XVIII secolo, poi perseguiti sia pure occasionalmente da altri storici dell'arte. Studi culminati con la Mostra della Civiltà del Settecento, cui seguirà l'importante volume di Teodoro Fittipaldi sulla scultura di quel secolo a Napoli. E qui in particolare a Giuseppe Sanmartino verrà dedicato un denso capitolo in una moderna collocazione critica di quasi tutta l'opera in quel momento nota con diverse aggiunte ed esclusioni, alcune abbastanza convincenti, altre meno.
Intanto le ricerche sulla scultura progredivano. Così dopo il considerevole apporto di Alberto Carducci relativamente a due ignorate statue del Sanmartino nella cattedrale di Tarante, passato del tutto inosservato benché il suo saggio risalisse al 1975, seguivano gli articoli di Vincenzo Rizzo sulla rivista "Napoli Nobilissima" con diverse segnalazioni inedite fra cui le sculture di S. Agostino alla Zecca, che il Fittipaldi fece appena in tempo ad inserire nel suo volume. Nel contempo la stessa rivista pubblicava alcuni miei contributi, in uno dei quali si segnalava appunto il saggio del Carducci, con la conferma da questi avanzata sulla paternità del S. Giuseppe, e si assegnavano al Sanmartino altre sei statue del cappellone di S. Cataldo nella cattedrale tarantina. Attribuzione poi sancita dal recupero presso l'Archivio di Stato di Tarante degli atti notarili di affidamento della commessa al Sanmartino, ad opera di Gabriella Marciano che li rese noti nell'85 in un volume sul celebre cappellone, curato da Mimmo Pasculli Ferrara.
In altri miei articoli pubblicati sulla rivista "Napoli Nobilissima" si davano poi precisazioni sulla paternità di Fuga e Sanmartino per il monumento Rinuccini, già in S. Maria dell'Avvocata ed ora in S. Domenico Soriano, e sulle sculture dei SS. Pietro e Paolo ai Girolamini; inoltre si segnalavano alcune statue d'argento e ignorate sculture per altari.
Nel medesimo tempo (1983) veniva presentato all'attenzione degli studiosi l'interessante volume della Pasculli Ferrara (corredato da una ricca appendice documentaria di Eduardo Nappi) sull'arte napoletana in Puglia dal XVI al XIX secolo, nel quale - oltre alle opere del Sanmartino per la cattedrale di Monopoli, anch'esse rimaste sconosciute agli studi specialistici - si illustravano le sculture dell'altar maggiore della cattedrale di Foggia (una datata e firmata), nonchè quelle dell'altare del Sacramento a Taranto, pure del Sanmartino.
Seguivano infine altre acquisizioni fra le quali il fortunato ritrovamento del noto busto marmoreo di Livia Doria principessa della Roccella, oggetto di un recentissimo e assai puntuale saggio di Massimo Pisani in "Antologia di Belle Arti".
Inoltre ricerche recentissime hanno evidenziato due momenti assai significativi dell'attività artistica del Sanmartino, che riguardano le opere della cappella Carafa in S. Domenico Maggiore (delle quali avrebbe dovuto far parte anche il famoso busto di Livia Doria), e quelle della cappella Regine ai Forio d'Ischia, dedicata a S. Filippo Neri. Perla cappella Carafa - detta pure del SS. Rosario - si Ë potuto accertare con dovizia di documentazione che i due angeli sul fondale dell'altare non sono opera di Angelo Viva, come ci aveva tramandato il Napoli Signorelli, ma autografi sanmartiniani, e dei più interessanti perché eseguiti in un particolare momento nel quale lo scultore -forse condizionato da Carlo Vanvitelli - guarda con occhio meno distaccato al fenomeno neoclassico. E cosÏ per il bassorilievo della Madonna del Purgatorio nelsuccorpo della medesima cappella. Quanto alla chiesetta foriana del canonico Pietro Regine, pur se le statue d'argento devono ritenersi perdute e le sculture in marmo ancora non si ritrovano, la personalità del Sanmartino si rivela sotto aspetti del tutto inediti: stupisce infatti che anche l'insolito pavimento della sagrestia, ora nell'Istituto statale d'arte di Napoli, fosse realizzato da Ignazio Chiaiese su disegno dello scultore.
In sostanza nel giro di una decina di anni il catalogo delle opere documentate di Giuseppe Sanmartino veniva ad accrescersi in modo straordinario, evidenziando una figura d'artista ancora più complessa e vitale.
Fu il compianto Roberto Pane che, nell'assumere la direzione di una collana di interesse storico-artistico propostagli dall'Editore Sergio Civita, ravvisò l'esigenza di un aggiornamento degli studi su tutta la produzione sanmartiniana con precisi e non trascurabili riferimenti alla statuaria in argento ed al presepe. Egli pertanto mi sollecitò a preparare un volume sullo scultore napoletano: il che in fondo mi stimolava non poco soprattutto per la considerazione che un uomo del suo livello culturale mi andava manifestando. Il libro avrebbe dovuto pubblicarsi subito dopo la sua illuminante ricerca sugli antichi centri pugliesi, che speriamo possa presto vedere la luce.
La Casa Editrice, malgrado la gravissima perdita del Direttore della nascente collana, ha voluto onorare gli impegni assunti e l'opera viene ora diffusa con la speranza che essa, com 'era negli intenti del Pane, possa costituire un utile e aggiornato strumento di lavoro per quanti volessero approfondire gli studi su uno dei maggiori scultori del Settecento italiano. L'Editore ha pure voluto mantenere la veste tipografica a suo tempo prescelta, ed ha arricchito il volume di un corredo iconografico il pi˘ possibile completo, ricorrendo a foto d'archivio solo quando le difficoltà glielo imponevano.

 


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