RECORDER SONATAS. Le Sonate per flauto e basso continuo - Leonardo Leo

recorder sonatas leonardo leoTitolo: Recorder Sonatas - Le Sonate per flauto e basso continuo
Autore/i: Leonardo Leo (1694-1744)
Esecutore/i: Ensemble Barocco di Napoli
Flauto dolce : Tommaso Rossi

Registrazione: 8-10 giugno 2013, Napoli, Chiesa dell’Arciconfraternita di S. Maria Visita Poveri e dei SS. Bernardo e Margherita (Chiesa di Santa Maria della Graziella)
Direzione artistica ed editing: Andrea Dandolo
Tecnico del suono: Gianni Ruggiero
Produzione: Stradivarius
Anno di produzione: 2014
Prezzo: Euro 18,00
Disponibilità: In commercio
 
Il ricchissimo fondo musicale appartenuto alla famiglia austriaca dei conti Harrach, composta di 58 volumi di musica manoscritta, fu venduta all’asta nel 1952 a Monaco e in parte acquistata dalla New York Library. In questa raccolta statunitense notiamo una notevole quantità di musica di autori napoletani in cui spicca un abbondante repertorio di musica per flauto e basso continuo. Tra il 1728 e il 1733 uno degli esponenti della famiglia Harrach - Aloys Thomas Raimund (Bratislava, 7 marzo 1669 – Vienna, 7 novembre 1742) –fu Viceré di Napoli. Possiamo ancora oggi ammirarlo in un famoso quadro di Francesco Solimena che lo ritrae in piedi, a figura quasi completa, con alle sue spalle la sagoma nera del Castel Nuovo, e in un quadro di Nicola Maria Rossi, in cui intuiamo la sua presenza nella carrozza vicereale all’uscita dal Palazzo dei Viceré, circondato da una folla di soldati e cortigiani. La raccolta Harrach di New York custodisce numerosi pezzi per flauto e basso continuo di autori napoletani. L’ipotesi più facile da mettere in campo è una predilezione per questo strumento da parte proprio di Aloys Thomas Raimund, che si sarebbe procurato questa musica durante il suo soggiorno napoletano. Era egli stesso flautista? O qualche membro della sua famiglia suonava il flauto? Al momento non possiamo dare su questo tema risposte precise. La presenza nello stesso fondo manoscritto di sette sonate di Leonardo Leo, di una sonata e di un concerto di Domenico Sarri, di una sonata di Nicola Fiorenza, di una di Johann Adolf Hasse e di tre sonate di autore anonimo (peraltro di pregevolissima fattura) fa pensare a una particolare attenzione per il flauto e a un consumo quotidiano di musica per questo strumento nell’ambito della cerchia di persone legata al Viceré.
In questo copioso repertorio contenuto nella collezione Harrach un ruolo particolare, per l’indubbio valore estetico della loro fattura musicale e per l’interesse che rappresentano nell’ambito del repertorio flautistico di quegli anni, spetta alle sette sonate di Leonardo Leo per flauto e basso continuo, fino ad oggi inedite sia in edizione a stampa che in registrazione discografica e – direi sorprendentemente – completamente ignorate in ambito esecutivo. Si tratta – lo desumiamo dalla scelta delle tonalità e dall’estensione della parte del flauto - di musica scritta per flauto dolce, che proprio nel decennio 1720-1730 conobbe a Napoli una straordinaria fortuna, come dimostra la sua presenza in numerose composizioni esplicitamente dedicate a questo strumento: i bellissimi XII Solos di Francesco Mancini pubblicati a Londra nel 1724, e la raccolta dei 24 concerti di autori diversi - datata 1725 -  custodita nella Biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella (Scarlatti, Sarri, Mele, Valentine, Barbella e ancora Mancini), nonché i 4 concerti di Nicola Fiorenza. Tale particolare attenzione al flauto è documentata anche dalla sua frequente presenza nel repertorio di cantate con strumento obbligato di autori quali Alessandro Scarlatti (vedi il cd Stradivarius 33922), Porpora, Sarri, Hasse, Porsile, oltre che dalle tracce che emergono dagli  archivi degli antichi Conservatori napoletani e che testimoniano la presenza del flauto diritto già dal 1704 tra gli strumenti a fiato di cui si impartiva l’insegnamento. Un ruolo importante per il flauto si desume anche dall’esame delle partiture dei melodrammi e delle serenate del periodo 1710-1730, dove la sua presenza è legata all’evocazione di scene pastorali e bucoliche, con un evidente ruolo descrittivo. 
Le sonate di Leo aggiungono dunque una nuova luce al repertorio per flauto di area napoletana e sono una testimonianza preziosa di un interesse significativo per questo strumento da parte del compositore di S. Vito dei Normanni che si affianca a quello – ormai notissimo- per il violoncello.
Dal punto di vista della datazione possiamo azzardare l’ipotesi che le sonate siano state scritte proprio nel periodo di permanenza del Viceré Harrach a Napoli, ovvero tra il 1728 e il 1733 e quindi si collocano qualche anno dopo la composizione delle sonate di Francesco Mancini. Una prova ne è anche la notevole omogeneità stilistica che fa pensare alla composizione delle sonate in un periodo di tempo molto circoscritto. 
La differenza stilistica tra Mancini e Leo è davvero notevole. Laddove in Mancini il numero dei movimenti oscilla tra i 4 e i 5 ed è sempre presente un secondo movimento in stile fugato e, in generale, una numerica del basso assai elaborata armonicamente e dettagliata, Leo al contrario preferisce utilizzare sempre 4 tempi e forme contrappuntisticamente e armonicamente più semplici, ma ritmicamente più coinvolgenti e qualche volta assai virtuosistiche nella scrittura del flauto,  come nel secondo tempo (allegro) della Sonata VII in re minore o nel secondo tempo della sonata VI in sol minore (presto). Questo non deve stupire, non certo perché la complessità dello stile di Leo possa invidiare qualcosa a quello di Mancini (la produzione di fughe e contrappunti ad uso didattico del compositore pugliese è una prova dello straordinario magistero di Leo, che fu maestro di Jommelli e Piccinni), ma perché differente fu la genesi delle due produzioni sonatistiche. La raccolta di Mancini fu stampata a Londra nel 1724, sotto gli auspici del Console inglese John Fleetwood e a lui dedicata e fu curata in ogni dettaglio anche perché probabilmente rappresentava per Mancini la grande opportunità di farsi conoscere sul mercato londinese; le sonate di Leo si presentano in forma manoscritta, a testimonianza di un uso privato, forse il frutto di una composizione rapida e magari finalizzata ad un utilizzo domestico. Pur non caratterizzato da una dettagliata numerica, il basso delle sonate di Leo va inserito in un contesto quale quello napoletano dove, come testimonia la lezione dei Partimenti e dei materiali didattici in uso presso i Conservatori napoletani, la realizzazione del continuo doveva ispirarsi ad una grande ricchezza e creatività . Tornando allo stile delle sonate per flauto, il frequente uso di figure sincopate - come nel secondo tempo (allegro) della Sonata III in re minore - e un chiaro riferimento a ritmi puntati di estrazione popolare - come nel quarto movimento (allegro) della Sonata VI in sol minore e nel quarto movimento (allegro) della Sonata VII in re minore - non fanno che confermare l’idea di uno stile più moderno rispetto a quello di Mancini. Non mancano atteggiamenti del Leo operista, in particolare del compositore di opere buffe, come ad esempio nei frizzanti ritmi terzinati dell’ultimo tempo (allegro) della Sonata II in do maggiore oppure negli icastici motti dell’ultimo tempo (allegro) della Sonata V in fa maggiore. Ma ci sono anche notevoli rimandi al Leo compositore di opere serie. La complessiva temperie musicale delle sonate, alcune tipologie di incisi e di ripetizioni tematiche mostra uno stile che colloca questa raccolta in un clima non lontano da quello dell’opera Zenobia in Palmira, eseguita a Napoli, al Teatro San Bartolomeo, nel 1725. Spesso gli adagi delle sonate sono ornamentati dallo stesso compositore. Ampie volute di biscrome legate abbelliscono il primo tempo della Sonata VI in sol minore, mentre il terzo tempo della stessa sonata presenta una figurazione arpeggiata che dà il titolo al brano stesso, denominato - per l’appunto - “arpeggio”. In altri casi non c’è presenza di abbellimenti e la melodia si staglia semplice su accordi perfetti, risolvendosi in un lirismo arcadico di grande nobiltà e perfetta aderenza al linguaggio stilistico del flauto dolce, lo strumento amato dalla nobiltà italiana della prima metà del XVIII secolo.
Per quanto riguarda la nostra interpretazione delle sonate di Leo abbiamo pensato di variare al massimo possibile la sonorità del basso continuo, cercando il maggior numero di soluzioni nell’abbinare tra loro gli strumenti dell’accompagnamento, ivi compresa la possibilità di utilizzare, in una sonata soltanto, un flauto dolce basso. Dunque abbiamo proposto l’organico al completo (cembalo, violoncello e arciliuto), il solo cembalo, il violoncello e l’arciliuto, il flauto basso e l’arciliuto, nonché anche alcuni movimenti affidati ad alcuni singoli strumenti (solo arciliuto, solo violoncello). Per quanto riguarda l’utilizzo dell’arciliuto, che ben si presta ad accompagnare soprattutto le tonalità con i bemolle - tipiche del flauto dolce - giova ricordare che questo strumento ebbe grande fortuna a Napoli, durante i primi 40 anni del secolo XVIII. Una figura di rilievo è rappresentata da Nicola Ugolino che insegnò l’arciliuto dal 1719 al 1734 al Conservatorio della Pietà dei Turchini. Ancora poco sappiamo sui virtuosi di flauto presenti a Napoli nella prima metà del XVIII secolo, ma certamente illuminante è stato per chi scrive poter analizzare le carte degli antichi Conservatori napoletani, ancora oggi conservate nell’Archivio storico del Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli. Se ne apprende che il flauto dolce (all’epoca denominato flauto, mentre il flauto traverso era definito “traversa”, o “traversino”) era insegnato sia presso il Conservatorio di S. Maria di Loreto che presso quello della Pietà dei Turchini da musicisti che allo stesso tempo insegnavano anche l’oboe, il flauto traverso, in qualche caso anche il fagotto. Va inoltre rilevato che l’insegnamento del flauto dolce non declinò a metà del XVIII secolo, come l’assenza di un repertorio specifico potrebbe far credere, ma proseguì fino agli anni ’70, evidentemente assecondando quella che ancora oggi è una funzione didattica di questo strumento (è suggestivo immaginare i piccoli allievi dei Conservatori napoletani che studiano il flauto dolce, come oggi si fa nelle più moderne scuole basate sul metodo Orff). Francesco Antonio Izzarelli, Cherubino Coreno, Francesco Papa sono i nomi di alcuni di questi musicisti che insegnarono i “legni” nelle istituzioni napoletane nella prima metà del XVIII secolo e certamente furono anche virtuosi di flauto dolce. A questi si aggiungevano anche alcuni musicisti presenti nell’organico della Cappella Reale, come l’oboista Ignatio Rion, virtuoso proveniente da Venezia – che dal 1713 arricchì l’organico dell’orchestra, oppure Salvatore Lizio, portato dai genitori palermitani a Napoli all’età di 5 anni nel 1709 e che successivamente studiò nel Conservatorio della Pietà dei Turchini. Salvatore Lizio fu il capostipite di una famiglia di musicisti che annovera anche il più famoso Ferdinando Lizio, insegnante di flauto, flauto traverso, oboe e fagotto dal 1752 al 1778 presso la Pietà dei Turchini, e autore di due concerti per fagotto oggi conservati nella biblioteca del Conservatorio “S. Pietro a Majella”. L’eclettismo dei maestri napoletani che circola attraverso  i manoscritti ancora presenti negli archivi degli antichi conservatori fornisce una preziosa chiave di lettura della realtà musicale napoletana del XVIII secolo e costituisce indubbiamente anche un'ulteriore sollecitazione a riportare alla luce l'interessantissima produzione musicale del periodo.

Tommaso Rossi
Tommaso Rossi si è diplomato in flauto traverso presso il Conservatorio di Napoli, perfezionandosi in seguito con Mario Ancillotti presso la Scuola di musica di Fiesole, dove ha conseguito il diploma finale con il massimo dei voti. Ha conseguito il diploma di flauto dolce con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore sotto la guida di Paolo Capirci presso il Conservatorio di Latina. Partecipa stabilmente all’attività concertistica e discografica de I Turchini di Antonio Florio con cui ha inciso per OPUS 111, Naïve, Eloquentia, Dynamic, Glossa e ha suonato in qualità di solista in numerosi Festival Internazionali (Utrecht, Barcellona, Schleswig-Holstein, Siviglia, Brema, Ambronnay, Lisbona, Halle, Bruxelles, Città del Messico, Parigi, Il Cairo, Rabat, Madrid, Bergen, Vienna, Bruxelles, Settembre Musica di Torino, Accademia di Santa Cecilia, Amici della Musica di Palermo, Teatro S. Carlo, Associazione A. Scarlatti, GOG, Amici della Musica di Perugia, Festival di Zagabria, Accademia Filarmonica di Verona). 
Ha registrato con l’Ensemble Dolce e Tempesta i concerti di Nicola Fiorenza per flauto dolce e recentemente ha pubblicato per l’etichetta Stradivarius le 12 Fantasie a flauto solo di Georg Philipp Telemann. Si dedica come interprete e organizzatore da anni anche al repertorio contemporaneo. È uno dei soci fondatori e presidente dell’Associazione Dissonanzen di Napoli. Con L’Ensemble Dissonanzen ha suonato presso importanti istituzioni musicali italiane ed internazionali quali Ravello Festival, Festival Time Zones, Traiettorie di Parma, Ravenna Festival, Amici della Musica di Modena, Associazione Scarlatti di Napoli, GOG di Genova, Guggenheim Museum di New York, Festival del Cinema italiano di Annecy, Festival di Salisburgo. Con l'Ensemble Dissonanzen ha inciso per Niccolò e con la Mode Records di New York. È docente di flauto dolce presso il Conservatorio di Musica di Cosenza. Laureato con lode in storia della musica presso l'Università "Federico II" di Napoli, suoi contributi sono apparsi sulle riviste SuonoSud, Meridione e l’Acropoli.
 
 
L’Ensemble Barocco di Napoli è stato costituito su iniziativa di Tommaso Rossi, Raffaele Di Donna e Marco Vitali e ha esordito con grande successo di pubblico il 2 maggio del 2010 in occasione di un concerto organizzato dall’Associazione “ Alessandro Scarlatti” di Napoli per festeggiare il 350° anniversario della nascita di Alessandro Scarlatti. Il gruppo è costituito da musicisti da anni attivi nelle più importanti compagini musicali napoletane (Orchestra del Teatro San Carlo, I Turchini di Antonio Florio, Ensemble Dissonanzen) con una serie di collaborazioni di rilievo internazionale (Concerto Italiano, Ensemble Aurora, Il Complesso barocco, Dolce & Tempesta, Accademia Montis Regalis ecc.). Nel 2012 il gruppo ha pubblicato il suo primo cd dedicato alle Cantate e Sonate con flauto di Alessandro Scarlatti con l’etichetta Stradivarius. Prossima pubblicazione sarà dedicata alle sonate per flauto e basso continuo di Leonardo Leo, opere ancora inedite.
Nel 2013 l’ensemble ha inaugurato la trentesima edizione del Festival Cusiano di Musica Antica e ha suonato per la stagione estiva dell’Opera Giocosa di Savona. Le Sonate di Leonardo Leo sono state eseguite in prima esecuzione moderna il 6 settembre 2013 nell’ambito del Festival barocco “Leonardo Leo” a S. Vito dei Normanni.


Gli strumenti
Tommaso Rossi, f alto recorders after Thomas Stanesby jr (1692-1754), Jacob Denner (1681-1735), by Francesco Li Virghi, 2007
Ugo di Giovanni, archlute after Tieffenbrucker, by Pascal Goldschmidt, 1994
Marco Vitali, cello after Stradivari by Pierre Bohr, 1987
Raffaele di Donna, bass recorder by Jean-Luc Boudreau, 2007
Patrizia Varone, harpischord after an Italian model, by François Ciocca, 2009
 
Elenco dei brani:
Sonata I in fa maggiore* ** *** *****
1) Largo
2) Allegro
3) Largo
4) Allegro
 
Sonata II in do maggiore* *** *****
5) Larghetto
6) Allegro
7) Largo
8) Allegro
 
Sonata VI in sol minore* ** ***
9)  Largo
10) Presto
11) Largo (Arpeggio)
12) Allegro
 
Sonata IV in fa maggiore* *****
13) Largo
14) Allegro assai
15) Largo
16) Allegro assai
 
Sonata III in re minore* ** ***
17) Largo
18) Allegro
19) Largo
20) Allegro
 
Sonata V in fa maggiore* ** ****
21) Largo
22) Allegro
23) Larghetto
24) Allegro assai
 
Sonata VII in re minore* ** *** *****
25) Largo
26) Allegro
27) Largo
28) Allegro
 
 
Ensemble Barocco di Napoli
Tommaso Rossi *, flauto dolce
Ugo di Giovanni **, arciliuto
Marco Vitali ***, violoncello
Raffaele di Donna ****, flauto dolce basso
Patrizia Varone *****, clavicembalo
 

 


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